sabato 1 agosto 2015

CARTINA GEOGRAFICA DEI FATTI DEL 28-04-1945

La cartina elaborata da Giorgio Pisanò e inserita nel suo libro inchiesta "Gli ultimi cinque secondi di Mussolini" per descrivere il percorso dove si sono svolti i fatti delittuosi del 28 aprile 1945.

Zona (1): Casa De Maria: luogo dove è stato ucciso Mussolini 

Zona (3): Slargo erboso dove è stata uccisa la Petacci

lunedì 2 gennaio 2012

BREVE RETRO-STORIA DI PIAZZALE LORETO

Stando alla versione ufficiale, il fantomatico colonnello Valerio, una volta giunto a Dongo, si sarebbe fatto consegnare una lista di quindici nomi, scelti fra i ministri ed altri uomini della RSI bloccati in quelle ore, da fucilare direttamente sulla piazza cittadina, come pseudo vendetta per quel che avvenne alcuni mesi prima, il 10 agosto del 1944, quando i tedeschi fecero giustiziare quindici prigionieri partigiani, come rappresaglia in seguito ad un attentato terroristico dei gap in Piazzale Loreto a Milano, avvenuto due giorni prima; in quell’occasione il plotone di esecuzione che sparò ai partigiani era composto da alcuni militi della R.S.I. 
In realtà l’idea originaria dei partigiani era quella di prelevare Mussolini e gli altri ministri, per portarli tutti a Milano, proprio a Piazzale Loreto, per eseguire lì una condanna pubblica. Ma il precipitare degli eventi, la morte improvvisa del Duce e della Petacci, avvenute nella mattinata del 28 aprile, costrinsero a cambiare i piani, fucilando i ministri della R.S.I. direttamente sul posto. Tuttavia i loro corpi verranno nella notte trasportati a Milano, insieme a quelli di Benito e Claretta, per la macabra esposizione pubblica del giorno dopo, che verrà poi giustificata come vendetta per l’esecuzione del 10 agosto.
Ma ricordiamo brevemente cosa accadde realmente in quella fatidica mattina dell’ 8 agosto 1944, tanto da costringere i tedeschi a porre in atto una rappresaglia.
Ogni giorno un gruppo di soldati tedeschi, agli ordini di un maresciallo di fureria di nome Karl, soprannominato da tutti i milanesi “El Carlun” per la sua grossa mole, giungevano in città con un camion carico di cibo da distribuire alla popolazione milanese, all’angolo tra Piazzale Loreto e viale Abruzzi. Questo gruppo di uomini aveva l’incarico di acquistare al mercato di Porta Vittoria diversi generi alimentari, soprattutto frutta e verdura, aggiunti ai molti avanzi delle mense militari, per poi distribuire il tutto gratuitamente alla popolazione locale.
Fra i milanesi “El Carlun” era diventato ormai come un amico, ma questa mensa popolare gratuita, gestita dai “nazisti” evidentemente aveva infastidito non poco i comunisti: il fatto che i tedeschi e i fascisti della R.S.I. corressero in aiuto della gente per sostenerla con generi alimentari, minava gli interessi propagandistici del P.c.i. e della resistenza (almeno quella più fanatica) i quali invece volevano porre i loro avversari agli occhi della popolazione esclusivamente come il male assoluto, da combattere e da annientare.
Fu così che i gappisti milanesi comandati da Giovanni Pesce “Visone” (decorato a fine guerra con la medaglia d’oro al “valor” partigiano, per aver compiuto vari attentati, compreso quello dell’ 8 agosto.....) organizzarono e portarono a compimento l’attentato terroristico di Piazzale Loreto, in quella triste estate del 1944.
Quella mattina, come ogni giorno, l’angolo della strada dove si distribuivano i viveri era pieno di gente accalcata in attesa di ritirare le ceste di cibo del maresciallo “Carlun”. Alcuni gappisti si mescolarono alla folla, riuscendo ad infilare una bomba ad alto potenziale in una di queste ceste; una volta esplosa, provocò una strage: morirono cinque soldati tedeschi, tra cui anche lo stesso “Carlun”, e tredici civili italiani, (di cui tre bambini).
La strage gappista provocò indignazione fra tutta la popolazione milanese, anche perché strategicamente inutile, se non ai fini propagandistici del partito comunista; ma la reazione scontata e pesante dei tedeschi non si fece attendere: per quell’infame attentato le autorità naziste volevano una ritorsione durissima, ed è solo grazie all’intervento personale e determinato di Mussolini presso Albert Kesselring, che si riuscì a far ridurre il numero dei giustiziati, passati poi a quindici. Per la verità, il Duce cercò di impedire che la rappresaglia avesse luogo, ma nulla poté se non quello di far ridurre il numero dei fucilati; d’altro canto, nessun partigiano si presentò mai (come da abitudine....) a rivendicare l’attentato per far così evitare la ritorsione, così due giorni dopo i tedeschi procedettero alla fucilazione di quindici partigiani prigionieri nel carcere di San Vittore.
Il plotone di esecuzione, come abbiamo già ribadito, in quell’occasione era composto da alcuni uomini della Legione Muti.
Per questo motivo la vendetta comunista, covata da tempo, non si fece attendere: dovevano per forza uccidere quindici fascisti, compreso Mussolini e impiccarli tutti proprio a Piazzale Loreto davanti alla popolazione milanese, dove otto mesi prima furono esposti i corpi dei quindici partigiani fucilati.
E fu così che ebbe luogo, il 29 aprile 1945, l’infame scempio di Piazzale Loreto, la pagina più vergognosa della storia d’Italia.
Comunque la si pensi, è innegabile che tutto quel sangue versato prese origine unicamente dalle azioni criminose dei terroristi comunisti: i famigerati gap (né più né meno che gli antenati delle brigate rosse)...

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

mercoledì 20 aprile 2011

L'OMICIDIO MUSSOLINI: Altre versioni

Vi sono altre versioni, più o meno attendibili, che hanno in questi anni aggiunto ulteriori dubbi su tutta la vicenda del duplice omicidio Mussolini-Petacci.
Alcuni storici avanzano l’ipotesi che entrambi siano stati uccisi nel sonno, direttamente all’interno della stanza in cui erano confinati. Questa sarebbe una spiegazione per chiarire la dinamica dei colpi inferti alle vittime (balisticamente sparati dall’alto verso il basso) quindi quando si trovavano ancora distesi nel letto. Allo stesso modo questa tesi darebbe una razionale interpretazione pure al fatto che il Duce non presentava sulla sua divisa alcun foro di proiettile (questo perché si trovava appunto svestito nel momento dell’omicidio), avallando ulteriormente l’ormai consolidata certezza che il suo cadavere sia stato rivestito subito dopo l’esecuzione.
Vista l’eventuale ipotesi dell’omicidio realizzato in tutta fretta quando i due prigionieri si trovavano ancora nel letto, presumibilmente durante le prime ore del mattino, si potrebbe a quel punto supporre che in una simile circostanza gli unici che avevano l’interesse ad ammazzare entrambi, così rapidamente, lontano da occhi indiscreti e nel quasi silenzio delle primissime ore mattutine, potevano essere solamente gli agenti dei servizi segreti (molto probabilmente inglesi). Una tecnica simile apparteneva solo a loro.
Un’altra tesi venuta fuori negli ultimi tempi, avanzerebbe invece l’ipotesi che il Duce abbia tentato il suicidio, ingerendo una capsula di cianuro, inducendo così uno dei carcerieri (“Lino”) a finirlo con una raffica di mitra. Francamente però questa tesi è assai poco convincente (almeno per quanto concerne il tentato suicidio), ma la citiamo comunque per dovere d’informazione. 
Ad ogni modo si potrebbe avallare parzialmente la tesi del “Lino” giustiziere soffermandosi su quella che è stata la testimonianza di Pietro Carradori (attendente di Mussolini). Stando alle sue affermazioni, il Duce fu molto probabilmente assassinato dentro casa De Maria, proprio da “Lino”, tanto che nei giorni successivi il partigiano andava in giro a vantarsi con tutti di aver ammazzato lui personalmente il capo del fascismo. Il fatto che alcuni giorni dopo qualcuno abbia pensato a chiudergli per sempre la bocca, forse perché stava parlando troppo, fa comunque innescare qualche legittimo sospetto sul nome del vero assassino.
Sui possibili esecutori materiali si sono fatti svariati nomi: da Michele Moretti a “Lino”, da Aldo Lampredi a Luigi Longo, dal “Capitano Neri” a Bruno Lonati, da una agente dei servizi segreti inglesi a un commando giunto dall’Oltrepò pavese, fino all’inverosimile autoesecuzione tentata dal Duce stesso attraverso la capsula di cianuro. Ovviamente senza dimenticare il nome pretestuoso di Audisio, considerato ancor’oggi dalla storiografia come il protagonista ufficiale (o ufficioso) di quella tragica vicenda. A questo punto ci tornano spontanee le solite domande: quand’è che giungeremo finalmente alla conclusione di tanta omertà ed altrettanta speculazione? Quand’è che il vero nome sarà finalmente inserito in modo ufficiale sui libri di storia, in sostituzione di quello fittizio di Audisio (che attualmente funge ancora da prestanome, nonostante le colossali e imbarazzanti contraddizioni)? Quand’è che potremo finalmente scrivere la storia di quel tragico avvenimento, con l’assoluta chiarezza e certezza di non dover più assistere a boicottaggi o imposizioni dettate dalla storiografia filo-resistenziale? Quand’è che i “gendarmi della memoria” (per dirla alla Pansa) si levano una volta per tutte di torno e lasciano alle future generazioni il sacrosanto diritto di conoscere la storia nella sua interezza, nella sua obiettività e soprattutto nella sua verità vera? Chi lo sa....
Noi intanto caparbiamente andiamo avanti in cerca di risposte....

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

venerdì 14 gennaio 2011

L’OMICIDIO MUSSOLINI: La ricostruzione di Giorgio Pisanò

Nel 1996 esce un libro scritto dal giornalista e storico Giorgio Pisanò, che è il coronamento di una lunghissima inchiesta durata ben quarant’anni. Il clamore che suscitò alla sua uscita fu enorme. 
La sua ricostruzione si basa principalmente sulla testimonianza di Dorina Mazzola, che all’epoca dei fatti aveva diciannove anni ed era la vicina di casa dei De Maria.
Ma oltre alle dichiarazioni della signora Mazzola, Giorgio Pisanò riuscì ad ottenere anche la testimonianza di Savina Cantoni (moglie del partigiano “Sandrino”, colui che era di guardia in casa De Maria) e quella di un amico del marito, tale signor Vanotti, che aveva raccolto molte confidenze fattegli dal partigiano; il tutto contornato da altri testimoni che riportarono le mezze dichiarazioni di Giuseppe Giulini, (sindaco per molti anni di Gera Lario, paesino del comasco), che ebbe in affidamento da Sandrino un memoriale in cui il partigiano rievocava i fatti di quel 28 aprile, svelando nomi e dinamiche inerenti alla morte del Duce.
Ecco dunque un breve riassunto della ricostruzione di Pisanò:

Intorno alle nove del mattino giungono a Bonzanigo di Mezzegra, Luigi Longo, scortato da Moretti, il capitano Neri, Dante Gorreri e Piero Mentasti.
Moretti, insieme ad altri due, salgono le scale ed entrano nella stanza dove riposano Mussolini e la Petacci. Il partigiano Sandrino, che si trovava fuori sul pianerottolo e alla quale venne ordinato di rimanere fermo sul posto, testimonierà di aver sentito uno dei partigiani esclamare: “Adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi!”, ma subito dopo uno degli altri ribatté, gridando: “No, vi uccidiamo qui!”
A quel punto nacque una colluttazione e si sentì la Petacci gridare, poi partirono due colpi d’arma da fuoco che ferirono Mussolini al fianco e all’avambraccio destro.
Il Duce venne trascinato con forza giù per le scale e portato a basso in cortile, sempre all’interno della proprietà dei De Maria.
La Petacci, che nel frattempo s’era affacciata alla finestra di una stanza, gridò: “Aiuto! Aiutateci!” ma in quello stesso istante qualcuno l’afferrò con forza facendola rientrare.
Poco dopo, circa verso le 9:30, Mussolini venne legato al catenaccio del portone della stalla di casa De Maria, e qui Luigi Longo esploderà contro di lui una sequela di sette colpi, che lo uccideranno all’istante.
Successivamente all’omicidio del Duce, giungono a Bonzanigo anche Lampredi e Mordini, accompagnati da due dirigenti del partito comunista di Como, Giovanni Aglietto e Mario Ferro.
Intanto il cadavere di Mussolini venne sorretto a braccia da due uomini e portato giù per le stradine circostanti, nel tentativo di occultarne il corpo, o comunque di portarlo via; ma in strada c’è anche la Petacci, che piange ed urla disperata: “Ma perché? Perché? Cosa vi hanno fatto! Come vi hanno ridotto!” intralciando i partigiani che a quanto pare sembravano avere una certa fretta….
Dopo un paio d’ore, intorno alle 11:30, non appena la Petacci si allontana dai partigiani, scendendo da via del Riale verso via Albana, all’altezza di casa Mazzola, verrà improvvisamente colpita alla schiena con una raffica di mitra. Morirà sul colpo. A quel punto scoppia un putiferio: tutti i partigiani inveirono fra di loro, gridando e bestemmiando, tanto che Dorina Mazzola, nascosta dietro la tettoia di casa (e che vide la Petacci pochi istanti prima di essere colpita) udì questi esclamare: “Pezzo di merda! Guarda che cos’hai fatto!” mentre un altro, più alterato urlò: “Chi è quel pezzo di merda che ha sparato?! Da dove è arrivato? Non ti fare vedere da me, che ti lego le budella attorno al collo!” 
Le cose allora si complicano. Longo dà ordine di portare via i corpi, che puntualmente verranno nascosti dai partigiani nel bagagliaio di una 1100 nera, parcheggiata per alcune ore nel garage di un albergo lì vicino (l’albergo Milano). 
Intorno le 15:00, un capo partigiano locale, tale “capitano Roma” (alias Martino Caserotti) ordinò ai suoi di bloccare le strade e di far scendere tutta la gente delle tre frazioni di Mezzegra lungo il bivio di Azzano, per veder passare sulla via Regina, Mussolini prigioniero. Mentre i partigiani eseguirono gli ordini di svuotare tutte le case dei tre paesi, alcuni uomini uscirono con l’auto contenente i cadaveri, e dall’albergo salirono per via Albana, girando a sinistra per via Nuove; più avanti svoltarono sulla destra, percorrendo fino in fondo il viale delle Rimembranze, dove esisteva una fontanella. Qui si fermano e scaricano il corpo di Mussolini per lavarlo dalle macchie di sangue e dallo sporco di terra; l’auto intanto tornò indietro col cadavere della Petacci, proseguendo per un tratto di strada di via 24 maggio, dove si fermerà al punto di congiunzione con via delle Vigne. 
Una volta lavato il corpo, i partigiani portarono giù a braccia il cadavere del Duce lungo la via delle Vigne, dov’era in attesa l’auto col cadavere di Claretta; qui caricarono di nuovo il corpo di Mussolini nel bagagliaio e l’auto proseguirà per alcune centinaia di metri, giungendo davanti al cancello di villa Belmonte, dove i corpi furono a quel punto scaricati.
Da lì a poco arriveranno Lampredi, Moretti e forse anche Audisio, per la finta fucilazione delle 16:10, dove il partigiano “Guido” (Lampredi) si occuperà di sparare “in nome del popolo italiano” su due cadaveri…….
Possiamo stabilire quasi certamente che è proprio questa la reale ricostruzione di quanto accaduto quel lontano 28 aprile.

Fonti tratte dal libro di Giorgio Pisanò: “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini” Ediz. Il Saggiatore

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

giovedì 25 novembre 2010

L’OMICIDIO MUSSOLINI: La ricostruzione di Bruno Lonati

Un anno dopo l’uscita del libro di Urbano Lazzaro, viene alla luce un’altra clamorosa testimonianza, anche questa volta rilasciataci da un partigiano dell’epoca: Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia “Giacomo”. Ecco il riassunto della sua versione:

Lonati, che aveva avuto ordine di accompagnare un agente dei servizi segreti inglesi, tale “capitano John” a compiere una missione di guerra, (di cui all’inizio non ne conosceva ancora gli esatti dettagli, ma sapeva fin da subito essa comprendere fra l’altro il recupero di documenti molto importanti, ancora nelle mani di Mussolini), giunse a Bonzanigo di Mezzegra nella mattinata del 28 aprile, verso le 10:30 circa.
Lonati e John entrarono nella stanza dove il Duce e la Petacci stavano riposando e dopo alcuni botta e risposta su chi sono e cosa volevano, l’agente inglese esplode nei confronti del Duce chiedendo con foga dove teneva nascoste le carte (riferendosi ai documenti che aveva nelle borse). Mussolini affermò che gli erano state sequestrate tutte nel municipio di Dongo e che con se non aveva altro che alcuni ritagli di giornale; l’agente inglese mise comunque a soqquadro la stanza, senza però trovare nulla. Ad un certo punto John ordinò a Mussolini e alla Petacci di prepararsi, in quanto gli avrebbero trasferiti altrove. Mentre i due si stavano preparando, Lonati e l’inglese uscirono sul pianerottolo per coordinare i dettagli. Alla precisa domanda di Lonati sul da farsi, John rispose che bisognava fucilarli: a quel punto, il partigiano esterrefatto chiese:
“Anche la Petacci?” 
“Si, anche la Petacci.” rispose John
“E perché? Cosa c’entra lei?” insistette Lonati
“Perché conosce molti segreti di Mussolini e perché forse conosce il contenuto delle carte…”
Lonati si disse disponibile a fucilare il Duce, ma si rifiutò categoricamente di sparare a Claretta. Allora John rispose che se ne sarebbe occupato personalmente. A quel punto il partigiano rientrò nella stanza, mentre John s’allontanò per alcuni minuti. 
Mussolini, che nel frattempo si era convinto che i due erano venuti a portarlo in salvo, chiese di uscire sul pianerottolo per una boccata d’aria, lasciando così da sola la Petacci con Lonati.
Claretta, che invece aveva già compreso quel che stava per accadere, chiese a Lonati se per loro due era effettivamente finita: il partigiano, parzialmente mentendo, rispose affermativamente che per Mussolini era finita, mentre per lei no. A quel punto Claretta, rassegnata e con la morte nel cuore, chiese al partigiano: “Fate che non se ne accorga, non fatelo soffrire. Lui crede ancora di potersi salvare, almeno per ora. Sono stata io a convincerlo. Me lo promette?” Lonati rispose di sì e poco dopo uscirono.
I due vennero accompagnati in silenzio giù per la stradina fuori casa De Maria, poi, dopo circa duecento metri, vennero fatti svoltare a destra e posizionati contro un muricciolo. Per evitare che Mussolini sospettasse qualcosa, i due gli ordinarono di voltare la testa indietro per guardare dietro di se, in direzione della stradina, per controllare che non arrivasse nessuno. Fu una questione di secondi: Lonati si mise in posizione, a circa un metro da lui, e mirando dritto al cuore fece partire un primo colpo; in quello il Duce voltò lo sguardo incredulo verso di lui, e il partigiano lo finì con una scarica di quattro colpi.
Quasi contemporaneamente John si posizionò davanti alla Petacci e, mirando dritto al petto della donna, scaricherà deciso una raffica che la uccide sul colpo.
Erano le 11:00 del mattino del 28 aprile 1945.
Lonati, John e gli altri della missione, abbandonarono i cadaveri sulla strada, coprendoli soltanto con i loro cappotti e dopo aver fotografato i corpi, fuggirono via indisturbati.
Solo più tardi i partigiani comunisti giungendo a Bonzanigo s’accorgeranno dell’accaduto e sorpresi dagli eventi saranno costretti nel pomeriggio ad inscenare la finta fucilazione di villa Belmonte, per poter prendersene tutti i “meriti”.

Fonti tratte dal libro di Bruno Lonati: “Quel 28 aprile, Mussolini e Claretta: la verità” Ediz. Mursia

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

domenica 18 luglio 2010

L’OMICIDIO MUSSOLINI: La ricostruzione di Urbano Lazzaro "Bill"

Secondo la versione rilasciata dal partigiano “Bill” che nel corso degli anni ha cercato di raccogliere più testimonianze possibili rivolgendosi a quelle persone che erano stati suoi amici e compagni di lotta nel 1945, riporta, seppure in modo non del tutto preciso e comunque non completamente dimostrabile, la seguente ricostruzione:
Giungono a Bonzanigo di Mezzegra, nella mattinata del 28 aprile, Luigi Longo (il vero colonnello Valerio) accompagnato da Alfredo Mordini “Riccardo” e Michele Moretti “Pietro”. I tre salgono le scale che portano al pianerottolo fuori della stanza in cui riposano Mussolini e la Petacci; a quel punto Longo bussa con forza e quasi subito il Duce gli apre la porta chiedendo cosa succede. 
Moretti ordina a Mussolini di andar via subito con loro, in quanto dovevano trasferirlo altrove; qui però la Petacci si sarebbe insospettita, tanto da chiedere spiegazioni, ma Longo interviene bruscamente cercando di convincerla a rimanere sul posto. Claretta si ribella e allora, onde evitare ulteriori perdite di tempo, Longo acconsente che pure la Petacci segua Mussolini; ma una volta giunti in prossimità dell’auto, ordina a Mordini di fermarla. Puntualmente quest’ultimo obbedisce, puntandole il mitra contro: ed è qui che inizia il dramma finale....
Non appena si vide il mitra puntato contro, capisce che si tratta di una trappola e rivolgendosi a Mussolini grida: “Ben, ti vogliono uccidere!” Qui Mordini la taccia di puttana, ma Claretta non demorde ed afferra con entrambe le mani il mitra del partigiano; a quel punto Longo scende subito dall’auto e punta la pistola contro il fianco della Petacci, premendo a più riprese il grilletto senza però che parta un colpo, in quanto l’arma s’era inspiegabilmente inceppata. Allora infuriato ordina a Mordini di spararle. Il Duce, appena accortosi dell’accaduto, cercò di uscire dall’auto, urlando:
“Non commettete un simile delitto! Non potete, è una donna!”
Il capitano Neri, che si trovava anch’egli sul posto, cercò di portare via Claretta, ma lei rimase ancora afferrata alla canna del mitra di Mordini: improvvisamente partirono dall’arma alcuni colpi, che non si sa come raggiungono la gola di Mussolini, che di colpo s’accascia a terra, tenendosi le mani sul collo. Claretta a quel punto si getta verso Benito che era rantolante a terra ed urla disperata: “Non potete ammazzarci così! Siete dei vigliacchi!” 
Mordini allora va su tutte le furie e gridandogli “Maledetta puttana!” gli sparò addosso una raffica di colpi che la uccise all’istante. Intanto Mussolini non era ancora morto, e a quel punto Longo fuori di sé urla a Moretti di finirlo, che ubbidisce subito, scaricandogli addosso un’altra serie di colpi.
Longo, nero di rabbia, inveisce con i suoi per il fatto di non esser riuscito a portare il Duce a piazzale Loreto, vivo, “fregando” gli Alleati. Tale rabbia proseguì anche dopo, quando giunse a Dongo, dove non aveva ancora sbollito il nervoso per tutto l’inconveniente della mattinata (Petacci compresa) tanto da continuare a bestemmiare come un pazzo per gran parte del pomeriggio del 28 aprile.
Successivamente Longo ordinò di nascondere i corpi nella casa di un amico del Neri, fino alle quattro del pomeriggio, quando Lampredi e Audisio sarebbero giunti, insieme a Moretti, per fingere la fucilazione davanti al cancello di villa Belmonte.

Questa, ripetiamolo, la versione che “Bill” ha ricostruito sulla base delle testimonianze raccolte fra i suoi amici e compagni di lotta.

Fonti tratte dal libro di Urbano Lazzaro: “Dongo, mezzo secolo di menzogne” Ediz. Mondadori

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

giovedì 29 aprile 2010

LA PETACCI STUPRATA PRIMA DI ESSERE UCCISA?

Questa è la domanda che molti storici si sono più volte fatti negli ultimi anni, alla luce di inquietanti indizi che porterebbero ad avallare una simile ipotesi.
Fra le motivazioni principali che inducono a pensare a questa tesi, ci sono senz’ombra di dubbio tre punti:
1) l’aver impedito l’autopsia di Claretta (c’era forse qualcosa da nascondere?),
2) i due violenti colpi subiti quand’ancora era in vita (riscontrabili dall’autopsia del 1956)
3) l’inspiegabile assenza di un suo importante indumento intimo, che verrà goffamente giustificato dalla contraddittoria e ridicola ricostruzione di Audisio.

(dal resoconto a puntate de “L’Unità” del novembre 1945 – 19^ puntata. Valerio racconta:

“……La Petacci non riusciva a rendersi esatto conto di quel che stesse accadendo….. Ma ai miei sguardi sollecitatori, si affrettò a cercare i suoi oggetti personali, attardandosi a cercare le mutandine che non riusciva a trovare .<<Fa presto, sbrigati!>> e lei << Ma non trovo le mutandine! >>, >< Tira via, non pensarci….>>”

Questo dialogo così particolare lo riscontriamo una sola volta: non appare nel primo resoconto, non apparirà più nemmeno nel libro del 1975.
Al di là del fatto che troviamo essere pressoché improbabile che una donna si rivolga ad un perfetto estraneo in quel modo, confessando un particolare così intimo, specie in una situazione come quella... In ogni caso c’è da dire che nel corso degli anni Lia De Maria testimoniò più volte che quella notte Claretta ebbe dei problemi di salute, tanto che fu lei stessa ad accompagnarla nella stanza da bagno. Visto che aveva le mestruazioni, non si sarebbe mai separata “volontariamente” da quell’indumento così indispensabile in quelle circostanze. Insomma, la signora De Maria smentisce Audisio, affermando categoricamente che in quelle ore non si separò mai dalla sua biancheria intima. A quel punto, ancora una volta, l’ennesima volta, “Valerio” si vide costretto a rettificare la cosa, evitando così di menzionare nella sua successiva ricostruzione quel particolare dialogo, così spudoratamente falso.
Ma allora, se la Petacci non si era mai separata dalle sue mutandine, come si spiega che a Piazzale Loreto ne era totalmente priva? E come mai Valerio s’è premunito di menzionare questo particolare, all’apparenza irrilevante e comunque soltanto dopo che avvenne l’esposizione dei cadaveri a Milano? Bisognava forse dare una spiegazione al fatto che tutti quanti avevano visto il suo cadavere appeso, mancante di quell’indumento? Effettivamente tutti lo avevano visto eccome, e solo grazie all’intervento di un sacerdote che le chiuse la gonna con una corda si evitò che il vergognoso “spettacolo” di Piazzale Loreto prendesse forme ancora più infami.
Il dubbio però persiste: Claretta era senza per sua volontà (cosa da scartare)? O si è trattato di un gesto vigliacco di un partigiano, che spogliandola prima di appenderla per i piedi voleva “divertirsi” sbeffeggiando il suo cadavere? Oppure ancora, come molte voci hanno riportato, si tratterrebbe della testimonianza indiretta di uno stupro? Stupro che sarebbe avvenuto in quel lasco di tempo che separò presumibilmente la morte di Mussolini da quella della Petacci (circa un paio d’ore....)
Claretta non poteva essere senza quell’indumento se qualcuno non gliel’avesse forzatamente levato. E se dunque non è stata lei, allora chi è stato e soprattutto, perché? Di certo se Audisio ha voluto soffermarsi su questo particolare, con tutte le cose che invece avrebbe potuto raccontare, evidentemente un motivo c’era: e il motivo riguarda proprio il fatto che dopo l’esposizione dei corpi, alla vista di tutti, cineprese e macchine fotografiche comprese, erano i partigiani che dovevano a quel punto dare a tutti una spiegazione per quell’anomalia..... 
Così Audisio non trovò meglio da fare che zittire la cosa, inventandosi il fatto che Claretta già nella sua stanza era priva delle mutandine, tanto che lei stessa dichiarò apertamente davanti a tutti quegli uomini che erano entrati nella sua stanza, per di più estranei, che si trovava senza…..
Ma se Audisio era davvero così convinto che nel dialogo avuto con la Petacci lei disse esattamente quelle parole, perché non appena Lia De Maria lo smentisce, lui non menziona più la cosa (guardarsi il libro del 1975)?
A questo si aggiunge un ulteriore fatto sconcertante: perché il partigiano “Guido”,(nientemeno che Aldo Lampredi, guarda caso uno dei tre protagonisti di quelle famigerate ore…..) impedì fermamente che il 30 aprile si procedesse all’autopsia di Claretta? Cosa c’era da nascondere?
Forse bisognava occultare qualunque prova potesse in qualche modo ricondurre ad una presunta violenza sessuale perpetrata a danno della Petacci? Uno stupro che sarebbe la spiegazione logica dei strani segni riscontrati sul volto di Claretta, tipici di un’aggressione in piena regola, oltre che dell’incomprensibile assenza del suo indumento intimo.... 
Tuttavia la necroscopia della Petacci non verrà mai fatta eseguire, per espressa imposizione di Lampredi; egli, essendo stato presente quel giorno a Mezzegra e dintorni, sapeva benissimo quel che realmente accadde, al punto che s’oppose categoricamente all’esame autoptico di quella povera donna. Perché? Forse adesso un grosso sospetto lo possiamo anche avere…… 
In ogni caso è oramai difficile risalire alla possibilità di constatare un possibile stupro, poiché le analisi sul corpo della Petacci (del 1956) sono state effettuate in un tempo troppo lontano rispetto all’ora del decesso. Nell’arco di quarant’otto ore si sarebbe potuto ancora risalire ad una eventuale violenza sessuale, ma nel 1956 (anno in cui vennero riesumati i suoi resti) era troppo tardi... Solo attraverso l’analisi di una certa contrazione dei muscoli delle cosce, o di segni di resistenza alla penetrazione di vario tipo ecchimosico,(come lividi, graffi o morsi nelle zone vaginale, del seno e delle cosce), avrebbero potuto farci risalire all’ipotesi dello stupro. Il dubbio comunque resta...... come è assai singolare la storia che ci riconduce ad un capo partigiano della zona, Martino Caserotti 
“Capitano Roma”, uno degli uomini presenti in quel pomeriggio del 28 aprile 1945 a Mezzegra e dintorni, che a distanza di tanti anni si sarebbe vantato di conservare ancora le scarpe ed il foulard della Petacci. Come mai avrebbe voluto conservarli? Per quale “arcano” scopo? Se fosse vero, questo sarebbe un atteggiamento che ci ricorda molto quello dei maniaci che usano conservare oggetti, indumenti o parti del corpo appartenute alle loro vittime…. Si tratta forse di un cimelio storico o di un souvenir di quei giorni d’aprile, testimonianza inequivocabile delle gesta di quest’uomo? Si potrebbe allora pensare che da questi particolari derivi la prova di qualche atto di violenza, o addirittura la testimonianza indiretta che ci svela chi è stato il vero responsabile dell’uccisione di Claretta Petacci? O forse è la prova che è stato lui a sfilarle quell’indumento una volta deceduta, in segno di spregio? Chissà……. 
Forse non lo capiremo mai, come tuttavia non è chiaro nemmeno se i colpi inferti al suo corpo e riscontrati nell’autopsia del 1956, possano essere tutti da ricondursi ai calci inferti sul suo cadavere nella giornata di Piazzale Loreto, oppure se certe violenze fisiche fossero state attuate con lei ancora in vita. 
Dal resoconto del suo esame autoptico sembrerebbe che quasi tutti i colpi risultino post-mortem, eccetto due colpi, di cui uno sullo zigomo destro, rappresentato da un foro che sfondando ha fatto rientrare dei segmenti ossei e che nella necroscopia è stato ricondotto per forza di cose ad un violento colpo inferto quando la donna era ancora in vita; il secondo colpo risulta anch’esso in volto, che come conseguenza ha fatto partire due incisivi e che il medico riconduce ad un violento pugno inferto quando la Petacci era ancora viva. Resterà pur sempre qualcosa di anomalo, come ci conferma anche la volontà dei partigiani di impedire l’esecuzione della sua necroscopia; e ci ritornano di nuovo in mente pure le ricostruzioni fatte tempo dopo dal pseudo-protagonista Audisio, che si sofferma su un particolare all’apparenza irrilevante come quello delle mutandine che Claretta non indossava e che non riusciva a trovare....Chissà come mai...

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

giovedì 4 febbraio 2010

L'ORO DI DONGO E LA LUNGA CATENA DI OMICIDI...

L’ORO DI DONGO

E’ sicuramente l’oro di Dongo il principale fenomeno che ha scaturito centinaia di omicidi e violenze nei dintorni del lago di Como nei mesi successivi all’aprile 1945 (si parla almeno di 450 persone misteriosamente scomparse nel nulla oppure ritrovate poco tempo dopo senza vita, stando alle ricerche svolte dallo storico Giorgio Pisanò). 
Un fenomeno tale da creare ancor’oggi un muro indistruttibile di silenzi ed omertà, attraverso l’instaurazione di un vero e proprio clima di paura, che incombe minaccioso sia sui testimoni ancora in vita, sia sui loro eredi (ai quali si dice venga resa la vita impossibile sia in termini lavorativi che sociali, qualora osassero parlare). In sostanza, dalle parti di Como e dintorni esisterebbe ancora adesso una vera e propria cosca partigiano-comunista, non si sa bene capeggiata da chi, che agirebbe imperterrita a distanza di così tanti anni. Forse l’A.n.p.i. ne sa qualcosa e potrebbe illustrarci meglio la situazione, però questo immaginiamo sarebbe chiedere troppo....
Ma cos’era veramente quest’oro di Dongo, causa di tante morti ed infinito terrore? E’ presto detto.
L’oro che i partigiani scoprirono sui camion dei membri della R.S.I. fermati in prossimità di Musso, a pochi passi da Dongo, erano praticamente tutte le riserve auree dello stato repubblicano che Mussolini aveva provveduto a raccogliere, onde evitare che i tedeschi potessero fare razzia anche di quelle.
Furono ritrovati molti lingotti d’oro, svariate banconote in lire italiane e valuta straniera (franchi svizzeri e sterline), oro e preziosi di vario genere, compresi i beni personali appartenuti ai ministri della R.S.I. e alle loro rispettive famiglie. Fra i vari soldi c’erano pure quelli che il Duce aveva ricavato dalla vendita del giornale di sua proprietà “Il popolo d’Italia”.
Le stime fatte sull’ammontare di tutto quell’oro è ancor’oggi oggetto di discussione e forse non si arriverà mai a scoprirne l’esatto contenuto, ma una valutazione attendibile è quella che stabilisce il valore del tutto in ben 600 miliardi di lire dell’epoca!
Secondo i dati per così dire “ufficiali”, l’inventario che i comunisti presentarono ammontava a circa 128 milioni di lire, ma è chiaro che viste le evidenti ruberie di quei giorni, quel dato era del tutto inattendibile.
Secondo invece le ricerche fatte dagli americani, si risalirà ad una cifra di quasi 190 miliardi di lire. Sempre secondo la loro inchiesta, 400 milioni finirono nelle casse del Comando Alleato, mentre un centinaio di milioni venne dato al C.V.L.(Corpo Volontari della Libertà). Un’altra parte del denaro finì in “piccole” dosi ad alcuni partigiani locali (che in quelle ore avevano provveduto a rubare), o alle famiglie del luogo, come ricompensa che i ministri fascisti fermati a Dongo diedero in cambio di protezione per le loro famiglie. Tutto il resto finirà nelle casse del partito comunista italiano….. 
Come in molti confermeranno in seguito, su tutti Massimo Caprara, per vent’anni segretario di Palmiro Togliatti, quei soldi incassati illegalmente servirono come finanziamento illecito per:
1) acquistare la sede nazionale del partito comunista a Roma, ossia “Botteghe Oscure”
2) acquistare la tipografia per il giornale di partito “L’Unità”.
3) acquistare un albergo che servì per ospitare i quadri del partito provenienti da fuori città.
4) pagare le spese di mantenimento e successiva liquidazione di tutte le squadre partigiane garibaldine
5) finanziare le campagne elettorali del P.c.i. nel 1946 e nel 1948
6) il resto rimase come fondo cassa del partito, usufruendone nei decenni successivi.

Secondo alcune stime, i comunisti spesero circa 30 miliardi dell’epoca per finanziare le due campagne elettorali, mentre ne spesero 3 per l’acquisto di Botteghe Oscure….
Da non dimenticare inoltre che a questo s’aggiunge pure la vendita di una copia del carteggio “Churchill-Mussolini” che Togliatti consegnò personalmente a Churchill, dopo lunghe trattative, in cambio di “soli” due milioni e mezzo di lire dell’epoca.
Ad ogni modo, per quanti miliardi siano stati effettivamente spesi, ciò che è certo è che una grossa fetta rimase per sempre nelle casse del P.c.i. di cui ne giovò per decenni, forse fino ai giorni nostri (alla faccia dello stato sociale e dei lavoratori che loro stessi millantavano di voler aiutare e tutelare….)
Questo colossale furto, che non ha precedenti né seguito nella nostra storia, forse nemmeno in quella di tangentopoli, fu deciso dagli alti vertici comunisti e gestito presumibilmente, stando alle testimonianze ufficiali, dal dirigente di partito locale, tale Dante Gorreri, incaricato di amministrare l’oro di Dongo e tutti i documenti segreti del Duce rinvenuti nelle sue borse. 
Nessuno pagò mai per quel crimine contro lo stato e contro l’intero popolo italiano: a pagarne le conseguenze fummo invece solo noi italiani e le casse del nostro stato; ma soprattutto pagarono per primi coloro i quali persero la vita per porre in salvo quei soldi e consegnarli alle autorità....
Anche questa è una storia tutta italiana, vergognosa e per la quale andrebbe fatta una volta per tutte chiarezza e soprattutto giustizia (magari obbligando gli eredi politici del P.c.i. a restituire allo stato italiano tutti i soldi rubati alle casse dell’erario).

UNA LUNGA CATENA DI OMICIDI

Durante il periodo che andava dagli ultimi giorni di aprile del 1945 fino alla fine di quella torbida estate, tutte le persone che sapevano della morte di Mussolini, o dei documenti che il Duce portava con se, e soprattutto dell’oro di Dongo, vennero fatte per sempre “tacere” con un metodo molto in voga in quei giorni: un colpo in petto ed uno in fronte e gettato nel profondo lago di Como, così il corpo incamerava subito acqua ed affondava, senza mai più risalire……
Il testimone chiave di tutti gli eventi di Dongo, tale Luigi Canali, più conosciuto da tutti come il Capitano Neri, è fra le prime vittime della furia omicida dei comunisti.
Per chi non lo conoscesse, egli era il capo di stato maggiore della 52^ brigata partigiana di Como, e fu colui che portò il Duce e la Petacci a Bonzanigo di Mezzegra, nella casa di suoi amici fidati, i coniugi De Maria. Fu anche colui che visionò tutti i documenti che il Duce portava con se, e che tentò vanamente di porre al sicuro, ritenendo quelle carte di grande importanza per la storia e per la nazione. Ma soprattutto fu colui che si occupò inizialmente di censire tutto l’oro di Dongo e che tentò di consegnare alle autorità, ritenendolo di proprietà dello stato italiano. Le sue denunce contro le prime sparizioni di denaro, i tentativi di sottrarre alle grinfie comuniste tutti quei beni, saranno la sua condanna a morte.
Ma prima di Luigi Canali “capitano Neri”, toccò ad un altro partigiano di venir ucciso, anch’egli protagonista in quelle ore: tale Giuseppe Frangi, conosciuto da tutti come “Lino”, ossia uno dei due uomini messi a guardia di Mussolini fuori casa De Maria. Egli chiese di parlare col Neri, per rivelargli notizie importanti (si presume che volesse raccontare come avvenne esattamente la morte del Duce, visto che il Neri giunse a fatto già compiuto). Ma a quell’appuntamento non vi arriverà mai…..verrà assassinato la sera prima ed il suo corpo gettato nel lago…
Tempo dopo toccherà anche alla partigiana “Gianna”, fidanzata del Neri e, strana coincidenza, colei che per ordine del suo uomo, censì tutto il materiale sequestrato alla colonna fascista a Dongo. In quei giorni non si era rassegnata alla scomparsa del suo fidanzato, tanto che tentò di tutto per ritrovarlo e per scoprire la verità sulla sua fine. Forse si era troppo sbilanciata oltre, tanto che la sera del 23 giugno 1945 verrà vista salire su una motocicletta con due uomini: pochi minuti dopo qualcuno udirà delle grida ed alcuni colpi di pistola. Verrà così uccisa ed anche il suo corpo sparirà per sempre nel lago…..
Più avanti la furia assassina dei comunisti prese tutti coloro che sapevano o che si presumeva potessero parlare sugli eventi di Dongo: toccò ad Annamaria Bianchi, amica della Gianna, a conoscenza di molte sue confidenze. Quando iniziò a fare domande sulla scomparsa improvvisa della sua amica, sparirà nel nulla pure lei...
Subito dopo verrà ucciso anche il padre di Annamaria, Michele Bianchi, deciso a far luce sulla scomparsa della figlia. Ma altri vennero presi nella morsa omicida dei comunisti, per ragioni più o meno oscure: da Natalina Chiappo, staffetta partigiana della 52^ brigata Garibaldi, al partigiano “Biondino” (amico di Bill) che venne coinvolto con altri ragazzi in un incredibile e strano incidente, saltando in aria su una bomba che si trovava all’interno della loro barca; da Angelo Magni, amico del Neri, il quale aveva soltanto “osato” chiedere informazioni sulla misteriosa scomparsa del suo amico, fino alla sparizione del postino di Dongo, che a quanto pare era a conoscenza del luogo esatto in cui fu nascosto l’oro della R.S.I.
Tutti questi sapevano qualcosa, poco o tanto, sia sull’oro sparito, sia sui documenti del Duce, sia sulla reale fine che lui e Claretta fecero quel 28 aprile. Un anno dopo toccherà addirittura alle sfere più alte: per primo il giornalista del Meridiano D’Italia, Franco De Agazio, che nel 1946 venne assassinato solo per aver iniziato a pubblicare sul suo giornale una serie di articoli che stavano aprendo uno squarcio di luce sugli oscuri avvenimenti di Dongo ed in particolar modo sui nomi degli assassini del Capitano Neri e di Gianna. 
Poi, a distanza di anni, precisamente nel 1957, quando finalmente iniziò il processo per le morti di Dongo e per il furto dell’oro, uno dei giudici del processo, Silvio Andrighetti, il più deciso ed il più onesto, verrà trovato morto in ospedale, dopo esser stato ricoverato per un collasso: il suo decesso sarà bollato come suicidio…… 
Nel frattempo gli altri quattro giudici che componevano la corte si dimisero, abbandonando la carica assunta, sotto la singolare quanto patetica scusa dell’indisponibilità fisica…
Intanto il partito comunista, per proteggere i suoi uomini, aveva provveduto a far eleggere deputati i principali uomini coinvolti presumibilmente in quelle vicende, tra questi anche il famigerato Dante Gorreri….. 
La sospensione del processo, l’amnistia di Togliatti e l’immunità parlamentare che taluni individui ricevettero con l’elezione a deputati, fecero per sempre insabbiare le prove ed impedire definitivamente lo svolgimento del processo e quindi delle condanne. Il resto, come ricordato fin qui, i comunisti lo otterranno chiudendo per sempre la bocca ai testimoni più scomodi. 
Così, giustizia non sarà mai fatta ed i colpevoli per sempre impuniti e addirittura in alcuni casi premiati con onorificenze per “meriti” resistenziali....

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

domenica 15 novembre 2009

LUIGI CANALI: IL PARTIGIANO CHE TENTO' DI SALVARE MUSSOLINI, L'ORO DI DONGO E IL CARTEGGIO....

La vicenda che stiamo per narrarvi è una di quelle storie sconosciute che rientrano a pieno titolo nella censura volutamente messa in atto dalla storiografia ufficiale di questo paese. Per oltre mezzo secolo infatti si è cercato di nascondere, per precise ragioni politiche, la figura di Luigi Canali, e ciò che gli accadde, al punto da cancellarlo praticamente dalla storia, limitandosi solamente a relegarlo come semplice comparsa degli eventi dell’aprile 1945. 
La realtà invece, come vedremo fra poco, è però ben diversa.... Egli fu custode in quelle ore concitate del destino di Benito Mussolini e Claretta Petacci, ma anche di tutti i documenti trovati nelle sue borse (tra cui il carteggio segreto con Winston Churchill) e pure tutto l’oro in possesso della colonna fascista fermata nei pressi di Dongo (di cui fece censire l’intero ammontare). Il suo ruolo che entrava in netta contrapposizione alle prerogative dei partigiani comunisti, il suo essere testimone scomodo di eventi inconfessabili e documenti da far sparire, ne sancirono pochi giorni dopo la sua scomparsa....

LA STORIA 

Luigi Canali, più comunemente conosciuto con il nome di battaglia di “Capitano Neri”, è sicuramente l´uomo più enigmatico di tutta la vicenda che riguardò la morte di Benito Mussolini. Nato a Como nel 1912, per anni lavorò come impiegato, fino allo scoppio della guerra. Nel 1936 aveva partecipato alla campagna in Africa Orientale (nell´epopea della conquista imperiale); durante il secondo conflitto mondiale venne inviato sul fronte russo, dove si distinse per il suo valore ed ottenne il conseguimento del grado di capitano, per meriti di guerra. 
Dopo la ritirata di Russia, dal quale rientrò indenne, decise, una volta giunto l´otto settembre, di costituire una formazione partigiana (la 52^ brigata Garibaldi “Luigi Clerici”) e di combattere operando nelle zone del comasco. Pur avendo aderito al partito comunista, il Neri unirà a se uomini di fede non comunista ed in genere non schierati politicamente, soprattutto attingendo fra molti compagni e reduci della campagna di Russia; fra i nomi che poi passeranno alla storia, ad affiancarlo c´erano il conte Pier Luigi Bellini delle Stelle (“Pedro”), sottoufficiale del Regio Esercito, ed Urbano Lazzaro (“Bill”) che passò alla storia per aver individuato Mussolini sul camion dei tedeschi a Dongo.
Ai primi di gennaio del 1945, il Capitano Neri venne catturato insieme alla sua fidanzata Giuseppina Tuissi (“Gianna”), dai soldati della Brigata Nera di Como; in quei stessi giorni, finiranno in galera altri due personaggi che poi si riveleranno determinanti per la morte di Canali… i loro nomi erano: Umberto Morandi (”colonnello Lario”) comandante di tutte le formazioni garibaldine del comasco, e Dante Gorreri (”Guglielmo”) capo del partito comunista di Como. Durante gli interrogatori eseguiti dal comandante della Brigata Nera, sia Morandi che Gorreri avrebbero “parlato”….. avrebbero fatto in sostanza la spia; il primo addirittura, pur di vedersi risparmiata la vita, sarebbe stato un autentico fiume in piena e lo fa davanti a tutti, compreso al Neri, non risparmiandosi su nulla e presumibilmente spifferando pure tutti i dettagli logistici e militari riguardanti le formazioni partigiane della zona. Il secondo invece è un caso ancora più enigmatico: come testimonierà poi il comandante della Brigata Nera comasca, Vittorio Galfetti, alcuni suoi superiori vennero a prelevare il Gorreri per fucilarlo, ma giunti al confine svizzero, gli concessero inspiegabilmente la libertà…… Perché? Aveva parlato? E se sì, quanto? Cosa mai spifferò per esser liberato così, in quattro e quattr’otto? Questo resterà per sempre un mistero……. Fatto sta che alcuni giorni dopo, il 25 gennaio, il comandante delle divisioni garibaldine della Lombardia, Pietro Vergani (”Fabio”) emana una condanna a morte per il Capitano Neri, con l´accusa di tradimento; secondo le “fonti” da lui ricevute, Canali non avrebbe resistito alle torture e avrebbe spifferato tutto. Ma una voce del genere (tra l’altro infondata) come potrebbe essere giunta fino a Vergani, se non da qualcuno che là vi era stato? E chi fra i “presenti” poteva avere l´interesse di affermare una cosa del genere, se non per deviare verso qualcun altro le proprie responsabilità e le conseguenze del tradimento? 
E´alquanto evidente, stando alle testimonianze, che possa esser stato presumibilmente uno tra Morandi e Gorreri, se non addirittura entrambi, una volta liberati, ad aver rivelato al Vergani che il tradimento era giunto dal Neri. D´altra parte Luigi Canali era ormai diventato uno scomodo testimone e la cosa migliore da fare, secondo qualcuno, era eliminarlo… Vergani, che evidentemente non aveva alcuna simpatia per Neri, tanto che in passato avevano già avuto degli scontri personali che li portarono in rotta di collisione, (per la ferrea opposizione di Neri a certe direttive di partito) preferì credere a queste voci, giunte proabilmete sia da Morandi (che lui stesso nominò nel´44 a capo di tutte le brigate garibaldine comasche al posto, guarda caso, di Neri) che dal potente dirigente Gorreri.
Fu in questo clima che venne emanata la condanna a morte per Neri, decisa da Vergani insieme a Lampredi e a Giovanni Pesce “Visone”,(colui che fu responsabile dell´attentato gappista a Piazzale Loreto nel´44) quando Canali si trovava ancora prigioniero delle Brigate Nere…. 
Ma l´assurdità e l´inconsistenza di quelle voci furono confermate anche dal comandante della Brigata Nera comasca, Vittorio Galfetti, dove, anni dopo testimonierà che Canali ebbe un comportamento dignitoso ed impeccabile, e non si lasciò mai sfuggire nulla. Insomma, non aveva per niente tradito. Ma la sua fuga rocambolesca, quattro giorni dopo, quasi come uno scherzo del destino fece innalzare e quasi confermare le accuse mossegli da Vergani e soci…… 
Una volta fuggito e preso atto che non poteva più fidarsi dei suoi compagni, dal momento che gli avevano decretato contro una condanna a morte, sarà proprio in questo preciso periodo che il Capitano Neri s´avvicinerà agli agenti dei servizi segreti inglesi, o quantomeno riallaccerà i rapporti precedentemente già esistenti, cercando di collaborare così con le truppe Alleate. Ma a Como e in tutte le zone lariane, nessuno credette al tradimento di Neri, tanto che verrà subito reintegrato nelle file della sua brigata partigiana e nominato capo di stato maggiore della 52^. Da lì a poco giungerà quel fatidico 27 aprile 1945, quando Luigi Canali incontrerà sulla sua strada colui che gli cambierà per sempre il destino: Benito Mussolini. Paradossalmente, avendo gestito la sua sorte e quella dei suoi averi (oro e carteggi) finirà per seguirne lo stesso triste e tragico epilogo……
Dopo che a Dongo venne fermato Mussolini, è proprio il Neri che fin dalla sera del 27 aprile gestisce la custodia del prigioniero, cercando più volte di portarlo in salvo (prima nella caserma di Germasino, poi a Moltrasio dove sarebbe dovuta giungere un´imbarcazione americana per portare via il Duce, infine a Bonzanigo di Mezzegra nella casa di amici, i coniugi De Maria). 
E´ lui che in quelle ore si oppone fermamente all´omicidio di Mussolini, cercando in tutti i modi di salvargli la vita e di formare un tribunale che concedesse al prigioniero il diritto a difendersi in un regolare processo. 
E´ sempre lui che si mette in contatto con gli inglesi, per dar loro le coordinate circa la posizione di Mussolini, per venirlo a prelevare e metterlo al sicuro dalle grinfie dei comunisti…. 
E´ sempre Neri che nei giorni successivi confiderà alla madre che la morte del Duce fu un atto illegittimo, del tutto arbitrario e che non doveva finire in quel modo… 
E´ il Neri, insomma, uno fra quelli che vide cosa accadde veramente quel 28 aprile del 1945 a Bonzanigo di Mezzegra, sia a Mussolini che alla Petacci, e che nulla poté più fare quando si trovò davanti sulla sua strada il comandante di tutte le brigate garibaldine, nonché numero due del partito comunista, Luigi Longo (il vero assassino del Duce?)….. 
La fatidica mattina in cui fu ucciso Mussolini, egli era rientrato a Como insieme a Michele Moretti (commissario politico comunista della 52^); poco dopo Luigi Longo, che nel frattempo era giunto a Como, salì in macchina col Moretti, Dante Gorreri e il comandante “Riccardo” (Alfredo Mordini) dirigendosi spedito nella casa dei De Maria per eseguire la sentenza di morte. Con grande abilità si sbarazzarono sia del Neri, che rimasto a piedi rientrò a Bonzanigo solo più tardi (forse un´ora dopo), che di Walter Audisio (il fantomatico colonnello Valerio) il quale quest´ultimo rimase a litigare per ore coi compagni di partito per farsi consegnare un camion (convinto ancora di andare a prendere Mussolini e gli altri gerarchi per condurli in carcere a Milano). 
Quando verso le 10:00-10:30 del mattino Luigi Canali riesce a tornare nella casa dei De Maria, accompagnato da Aldo Lampredi (rimasto apposta a Como per tenere a bada il Neri) troverà Mussolini già morto. Circa un´ora e mezza più tardi qualcuno farà fuoco anche alla povera Claretta Petacci. Alle 16:10 i corpi di Mussolini e della Petacci verranno posizionati davanti al cancello di villa Belmonte, per la sceneggiata da tramandare alla storia, dove qualcuno, forse Moretti, sparerà sui loro cadaveri “in nome del popolo italiano”…. 
Dopo quel tragico 28 aprile, il Neri non si piegherà più alle direttive di partito e cercando di far prevalere la sua onestà morale, 
s´opporrà fermamente all´uso che i comunisti vorranno fare dei documenti sequestrati a Dongo e di tutto l´oro requisito sui camion della colonna fascista. Perché, ricordiamolo, è sempre lui che scoprirà le scottanti carte che Mussolini aveva con se, ed è sempre lui che gestendo la situazione ordina di censire tutto l´oro sequestrato in quelle ore. In quei giorni, il Capitano Neri aveva capito subito ciò che i “compagni” comunisti volevano fare sia con l´oro che con le carte segrete, ovvero impossessarsene, ed è per questo che inizia un lungo braccio di ferro tra lui e l´altro esponente di spicco, quel Dante Gorreri, compagno di prigionia e presunto responsabile di quelle voci infondate sul tradimento di Canali, che aveva nel frattempo ufficialmente ricevuto i pieni poteri sulla gestione del materiale requisito (e che già aveva ordine di farlo finire nelle casse del partito comunista). Sono ormai inconfutabili le prove che in quelle ore i due arrivarono ad uno scontro verbale talmente duro, che avrebbe sancito per sempre una spaccatura e la successiva condanna a morte per Canali. In quel frangente, i testimoni udirono entrambi urlare nella sede del partito, tanto che Neri ad un certo puntò affermò: 
“…Finalmente si vedrà chi dei due ha tradito veramente!” 
Il Neri, che senz´altro si riferiva a quel che avvenne durante il loro periodo di prigionia nelle carceri delle Brigate Nere, aveva deciso di mettere in salvo tutto l´oro, che lui riteneva giustamente appartenere di diritto allo stato italiano, visto che già i comunisti giorno dopo giorno avevano iniziato a farne sparire alcune porzioni, indignando lo stesso Canali; ma allo stesso tempo intendeva mettere al sicuro pure tutti i documenti ritrovati nelle borse di Mussolini, avendo lui capito che si trattava di carte davvero importanti per la storia e per le sorti dell´Italia. 
Tutto era già stato stabilito: il 7 maggio avrebbe portato ogni cosa nella sede di una banca di Domaso, al sicuro da mani comuniste. Ma in quella banca, lui non vi arriverà mai…… Questo era davvero troppo per i comunisti, e per Gorreri in testa: non potevano più sopportare le “bizze” di questo compagno così indipendente, così ribelle, ma soprattutto così nobilmente onesto. Se avesse parlato, se avesse agito in quel modo, tutto sarebbe saltato alla luce: dalla vera morte di Mussolini, alle sue carte segrete, dall´oro trafugato a Dongo, al tradimento di Dante Gorreri…. 
La mattina del 7 maggio 1945, alcuni uomini aspettarono sotto casa Canali, che si stava proprio recando a Domaso: venne fatto salire sulla loro auto, poi sparirà per sempre…. Il suo corpo, finito presumibilmente nel lago di Como, non verrà mai più ritrovato. La sera prima di morire, Neri confidò alla madre di esser disgustato dal comportamento dei comunisti e di voler ritirarsi dalla vita pubblica, non prima però di aver messo al sicuro tutto ciò che lui stesso aveva requisito a Dongo il 27 aprile. Venne fatto tacere per sempre e la storiografia ufficiale volle far dimenticare quasi definitivamente la sua figura, così importante e così determinante negli eventi: lui non era allineato, lui era troppo onesto per vivere e per rivivere nelle storie della resistenza….. assassinato, occultatone il cadavere, dimenticato per sempre dalla storia, che lo relegherà soltanto come piccola comparsa degli eventi di Dongo….. 
Motivo di tutto questo? Quello che avete appena letto, che si può esplicitamente riassumere così:

1) Si era rifiutato di consegnare al partito comunista italiano tutto 
l´oro confiscato a Dongo, cercando di metterlo al sicuro in una banca di Domaso, per darlo poi allo stato italiano, che lui considerava l´unico legittimo proprietario. Sapeva quindi, della fine che i comunisti volevano far fare all´oro requisito a Dongo.
2) Si era rifiutato di lasciare nelle mani del p.c.i. i documenti presenti nelle borse del Duce, tra cui il carteggio “Churchill-Mussolini”, cercando di portarlo al sicuro, sempre nella famosa banca di Domaso. Sapeva quindi, dell´esistenza del carteggio “Churchill-Mussolini”
3) Aveva visto come morirono veramente Mussolini e la Petacci e quindi sapeva tutto, compreso il nome del vero giustiziere e della successiva finta fucilazione a villa Belmonte.
4) Sapeva del (presunto) tradimento di Dante Gorreri, quand´egli era in prigione con lui nel carcere della Brigata Nera comasca.

In sostanza, era diventato uno scomodo testimone di fatti inenarrabili, ed un serio ostacolo alle ruberie comuniste ed al loro strapotere che presto si sarebbe instaurato in Italia.
Davvero difficile trovare in quei giorni qualcuno che avrebbe agito come lui. Ma di fatto, per questa sua onestà e serietà, morì… 
Alla fine della sua vicenda possiamo essere fermamente convinti di una cosa: se il Capitano Neri fosse sopravvissuto a tutti quei tragici eventi, oggi la storia d’Italia sarebbe un´altra, sia nei racconti fin qui tramandatici, sia nelle conseguenze che certe notizie venute a galla, avrebbero avuto nel nostro Paese e nel resto dell´Europa…..

di M.M.

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

venerdì 13 novembre 2009

I CONTENUTI (presunti) DEL CARTEGGIO MUSSOLINI-CHURCHILL

Ci sono molte testimonianze, più o meno attendibili, che ci riportano quelli che possono essere i reali contenuti della corrispondenza segreta tra il Duce ed il premier inglese.
Quello che possiamo dare per certo è che Churchill si spese per convincere l’Italia a restare fuori dal conflitto, garantendo in cambio territori in Africa settentrionale e probabilmente territori francesi (vedi Nizza e Savoia) oltre che greci (le isole del Dodecanneso) e la restituzione definitiva della Dalmazia. 
La cosa effettivamente compromettente per la Gran Bretagna sarebbe perciò quella di aver promesso all’Italia territori di altre nazioni, fra oltretutto alleate degli inglesi, senza minimamente interpretare la Francia in primis, ma anche le altre nazioni chiamate in causa. Questo almeno è ciò che trasparirebbe dalla prima parte dei carteggi.
Esiste infatti una seconda fase della corrispondenza tra Mussolini e Churchill, che sarebbe ripresa nell’estate del 1944 (dopo una lunga interruzione di quasi tre anni).
Qui le cose si farebbero ancora più compromettenti. Infatti gli innumerevoli incontri avvenuti sulle sponde del Garda, nel complesso amministrativo di Salò, tra esponenti del governo della Repubblica Sociale ed emissari inglesi e americani, riportano prepotentemente alla ribalta la questione. Ad un paio di questi incontri vi avrebbe partecipato direttamente anche lo stesso Mussolini. Qui non vi sono dubbi sulle motivazioni di quelle riunioni: l’Italia avrebbe convinto la Germania a raggiungere una pace separata con l’Inghilterra e gli Stati Uniti, ponendo quindi fine alle ostilità, per unirsi tutti insieme nel contrastare la preoccupante avanzata bolscevica dell’Unione Sovietica nel cuore dell’Europa. In sostanza avremmo assistito ad un capovolgimento del fronte, con conseguenze clamorose, se non fosse che solo all’ultimo momento gli Alleati rinunciarono, perché oramai era prossimo il loro successo sulle forze dell’Asse. 
I punti principali, come ricorderà poi nelle sue testimonianze anche un ufficiale della Decima Mas, Sergio Nesi, presente ad una di quelle riunioni, erano precisamente i seguenti:

1) Legale riconoscimento dello stato della Repubblica Sociale Italiana
2) Armistizio “con condizioni” con la R.S.I. e successivamente anche con la Germania.
3) Formazione di un’alleanza tra R.S.I., Germania, Inghilterra e Stati Uniti per volgere le proprie armate contro l’Unione Sovietica.
4) Spostamento della 5^ armata americana e dell’8^ armata britannica (quelle del generale Patton e del generale Montgomery) insieme alle truppe della R.S.I. e a quelle tedesche, tutte di stanza in Italia, sui confini orientali (per fermare l’invasione di Tito e per chiudere la strada alla successiva avanzata delle truppe dell’armata rossa). 

In quest’ottica rientra anche il piano De Courten, dove truppe del Regio esercito del governo del sud Italia, in collaborazione con la Decima Mas e la brigata partigiana Osoppo (di sicura fede democratica ed anticomunista) avrebbero dovuto in gran segreto collaborare e quindi operare una difesa dei confini orientali italiani dall’invasione jugoslava delle truppe comuniste di Tito.
A confermare queste clamorose proposte ci sono, oltre che la testimonianza di Sergio Nesi, quella del principe Junio Valerio Borghese, quella di Pietro Carradori (attendente del Duce, che lo accompagnò personalmente almeno a due incontri, il 21 settembre del 1944 ed il 21 gennaio del 1945); ma anche Ermanno Amicucci, all’epoca direttore del Corriere della Sera e amico del Duce,(che testimonia di aver visto Mussolini recarsi ad incontri con emissari inglesi, iniziati già nel giugno del 1944 e dove in un occasione il Duce andò all’appuntamento da solo, guidando personalmente una balilla); oppure Alfredo Cucco, sottosegretario alla cultura popolare, che testimonia di ripetuti incontri avvenuti con autorità britanniche, già nell’estate del 1944, o ancora il generale Ruggero Bonomi, sottosegretario dell’Aeronautica Repubblicana, anch’egli testimone di riunioni avvenute in gran segreto su alcune ville della Lombardia, messe a disposizione da proprietari che avevano contatti diretti con gli inglesi. Senza dimenticare inoltre la testimonianza di Claudio Ersoch, nipote di Tommaso David (capo dei servizi segreti della R.S.I.) in cui dichiara che suo nonno gli raccontò che i cosiddetti documenti segreti di Mussolini potevano valere come arma di scambio per ridare all’Italia l’Istria, in quanto specificò chiaramente come fra quelle carte c’erano dimostrati gli accordi che tra il 1944-45 i membri della R.S.I. e quelli della Germania avevano avuto con l’Inghilterra e gli Stati Uniti per giungere ad una pace in Europa ed unirsi assieme contro l’invasione dell’Urss. 
C’è anche la testimonianza di Alberto Botta, che riporta le dichiarazioni del fratello Ercole, (il partigiano “Capitano Fede”) che fu uno fra quelli che lesse i contenuti del carteggio, dove anch’egli riscontrò fra l’altro questo tentativo di accordo fra R.S.I., Germania e Angloamericani per allearsi e combattere uniti l’Urss di Stalin.
Non sappiamo di preciso se i contenuti sopra elencati potranno avere un giorno ulteriori ed inequivocabili conferme, tuttavia è interessante riproporre l’unica lettera scritta di cui siamo effettivamente in possesso, che è assai indicativa nel confermare la presenze di accordi tra i due statisti. 
La scrisse Mussolini il 24 aprile 1945, che la consegnò poi in prefettura a Milano al tenente delle SS Franz Spoegler, incaricato di farla pervenire al premier britannico. Così si legge in questa ultima lettera:
“Eccellenza,
gli eventi purtroppo incalzano. Inutilmente mi si lasciarono ignorare le trattative in corso tra Gran Bretagna e Stati Uniti con la Germania. Nelle condizioni in cui dopo cinque anni di lotta è tratta l’Italia, non mi resta che augurare successo al Vostro personale intervento. Voglio tuttavia ricordarvi le Vostre stesse parole: -L’Italia è un ponte. L’Italia non può essere sacrificata- Ed ancora quelle della Vostra stessa propaganda, che non ha mancato di elogiare ed esaltare il valore sfortunato del soldato italiano.
Inutile è inoltre rammentarvi quale sia la mia posizione davanti alla storia. Forse siete il solo oggi a sapere che io non debba temerne il giudizio. Non chiedo quindi mi venga usata clemenza, ma riconosciuta giustizia e la facoltà di giustificarmi e difendermi. Ed anche ora, una resa senza condizioni è impossibile perché travolgerebbe vincitori e vinti.
Mandatemi dunque un vostro fiduciario; vi interesseranno le documentazioni di cui potrò fornirlo di fronte alla necessità di imporsi al pericolo dell’Oriente.
Molta parte dell’avvenire è nelle Vostre mani. E che Dio ci assista”. - Benito Mussolini

Vogliamo chiudere questo argomento ricordando ancora questa passaggio della lettera, secondo noi eloquente più di ogni altra frase:
“....Inutile è inoltre rammentarvi quale sia la mia posizione davanti alla storia. Forse siete il solo oggi a sapere che io non debba temerne il giudizio.....”
Forse proprio perchè Churchill era l’unico a saperlo, si è chiusa per sempre la bocca a Mussolini e alla Petacci, facendo sparire nel nulla le prove scottanti di quelle lettere....

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

giovedì 3 settembre 2009

IL CARTEGGIO MUSSOLINI-CHURCHILL: Le conferme

LE CONFERME DELLA SUA ESISTENZA

“Fate attenzione! In quelle borse ci sono documenti molto importanti per il futuro dell’ Italia!”
E’ con questa misteriosa ammonizione che Mussolini fece capire al partigiano Bill, l’uomo che poco prima lo aveva scoperto sul camion tedesco e messo poi in stato di fermo, che fra i suoi documenti esisteva qualcosa di veramente scottante e determinante per il giudizio della storia e per le conseguenze che si sarebbero potute verificare da lì in avanti nel nostro Paese e forse anche nel resto d’Europa.
Da quel preciso momento avrà inizio il lungo enigma del carteggio, che ci calerà esclusivamente in un’atmosfera cupa, impregnata soltanto di terrore, mistero e morte....... Molte persone saranno costrette al silenzio, sotto costante minaccia; ad altre invece, verrà chiusa la bocca per sempre....
E’ oramai certo che il Duce portasse con se documenti molto importanti per il nostro futuro e per la storia: ma esattamente quali? Forse gli originali e le copie delle 62 o più lettere che Mussolini e Churchill si erano scambiati in tutti quegli anni e che per ragioni più o meno oscure non avevano mai cessato di proseguire, nonostante la guerra? Probabilmente.......
A tal proposito è molto interessante la conferma che ci viene dai registri pubblici della Public Record Office di Londra, dove, una volta divulgati, si sono potuti scoprire due importanti elementi:
1) vi è un documento che dimostra l’esistenza di un’operazione dei servizi segreti britannici per uccidere Benito Mussolini. A capo di questa operazione venne designato un agente segreto con il nome in codice “Capitano John”.
2) Un altro documento trovato fra i registri, si riferisce in maniera esplicita alla questione delle presunte carte segrete, di fatto ammettendone l’esistenza e l’assoluta necessità di recuperarle quanto prima. In una nota per i servizi segreti, dopo aver accennato la presenza di un piano studiato da Mussolini per dividere gli Alleati, datato aprile 1945, ad un certo punto si legge:
“Negli archivi di Mussolini c’è molto materiale che dovremmo recuperare al più presto… Molto di questo materiale è compromettente per gli Alleati e per alte personalità italiane….”

Cosa c’era di così compromettente per gli Alleati e per alcuni importanti uomini della resistenza o del governo italiano? Ed è dunque l’ombra di questo introvabile carteggio che ha portato all’assassinio di Mussolini?
Non si può certo trascurare come a tal proposito furono profetiche le parole di Claretta Petacci, espresse in una telefonata a Mussolini il 2 aprile 1945, intercettata dai centralinisti tedeschi:
“Hanno tutti l’interesse a farti tacere per sempre! Tu dici: parlano i documenti. Ma loro sanno che i documenti si comprano, si rapinano, si distruggono. Un fatto è sicuro: se tu, se il carteggio, doveste un giorno essere in loro possesso, le tue ore di vita, nonché quelle del carteggio ,sarebbero contate!”

Ma esistono tante altre conferme, più o meno esplicite, sull’esistenza effettiva del carteggio, e la maggior parte la riscontriamo nel libro di Ricciotti Lazzero “Il sacco d’Italia” (Ediz. Mondadori) dove lo storico ha raccolto lettere e trascrizioni di intercettazioni telefoniche, di cui era in possesso l’ex comandante delle SS in Italia, Karl Wolff. Tutti gli storici ed i massimi esperti hanno potuto in seguito constatare l’autenticità inequivocabile di quei documenti.
Gli stralci più significativi, come anche Luciano Garibaldi ha riproposto nel suo libro (La pista inglese-Ediz. Ares) potrebbero in breve riassumersi in questo modo:

Il 10/09/1944 Mussolini scriveva così al ministro Graziani:
“...Soltanto il carteggio, ormai voluminoso, in caso di bisogno parlerà e spezzerà ogni lancia puntata verso di noi. Il solo conoscere l’esistenza dei miei incartamenti fa paura a troppi: da Vittorio Emanuele a Badoglio. Ma anche lo stesso Churchill e lo stesso Hitler…”

Il 09/01/1945 Mussolini scriveva di nuovo al ministro Graziani:
“…Al momento, ritengo di grande importanza portare al sicuro questi incartamenti, in primo luogo lo scambio di lettere e gli accordi con Churchill. Questi saranno i testimoni della malafede inglese. Questi documenti valgono più di una guerra vinta…”

Il 25/03/1945 Mussolini è al telefono col ministro Zerbino:
“…Mandate subito il materiale a Milano. Le altre due copie devono essere conservate in posti diversi. Io terrò poche carte. Non si sa mai a cosa si può andare incontro e bisogna in ogni modo impedire che anche una piccola parte possa cadere in mani di gente che abbia interesse a distruggerla o a nasconderla……”

La lettera che però sembra esser più eloquente di tutte, sulle conseguenze che quelle carte avrebbero avuto sia in sede storica che militare, è quella che Mussolini scrisse il 07-03-1945 al ministro Graziani. Eccone lo stralcio più significativo:
“…Churchill sa che io ho le cartucce pronte. Certamente si mangia le unghie per la sua lettera dell’ottobre 1940, ora che si trova nelle grinfie dell’orso russo. E se io agissi? La sua posizione diverrebbe insostenibile, sarebbe la fine, potrebbe avere come conseguenze il suo siluramento. Fine per noi augurabile? No, non sono di tale avviso. Per noi è un ponte, un appiglio in caso di estrema necessità. Tutto questo Churchill lo sa benissimo…”

Cosa poteva mai esserci scritto di così clamoroso tanto da far dire al Duce: “questi documenti valgono più di una guerra vinta...”? Ed è eventualmente per queste carte che Churchill in persona, nei mesi successivi alla fine della guerra, si recò più volte in Italia, proprio nei luoghi teatro delle ultime vicende mussoliniane, come Villa Gemma a Gardone, luogo in cui visse Carlo Alberto Biggini, ministro della Repubblica Sociale Italiana, il quale si dice fu costretto dal precipitare degli eventi ad abbandonare nella sua casa una copia del carteggio? Guarda caso la stessa abitazione in cui il premier inglese si farà fotografare quell’estate. Proprio una strana coincidenza....Come mai si trovava proprio lì?
I testimoni che dicono di aver visto queste carte sono molti, compreso esponenti della resistenza. 
Fra i tanti è interessante riportare lo stralcio di una lettera scritta da Oscar Sforni, segretario del comitato di liberazione nazionale (CLN) di Como ai suoi superiori del distretto provinciale, il 29 settembre del 1945:
“…Esistevano, e ciò era notorio, documenti di un valore eccezionale facenti parte dell’archivio segreto di Mussolini, e oltre ai carteggi storici delle varie conferenze di Stresa, di Monaco, ecc., vi era un carteggio personale fra Mussolini e Churchill e fra Mussolini e Chamberlain…. Ora si è avuta la notizia incredibile che questi documenti, di una importanza così evidente per la nazione e per la storia, sono stati ritirati da ufficiali inglesi dell’Intelligence Service, in occasione della venuta di Churchill sul lago di Como....”

Che dire di più? Se perfino un esponente di spicco del CLN comasco dichiara esplicitamente quel che abbiamo appena letto, evidentemente qualcosa dev’esser pur esistito fra quei documenti in mano al Duce….
Esistono altri importanti testimoni, sicuramente credibili vista la loro posizione, come ad esempio:
-Luigi Carissimi Priori, capo dell’ufficio politico della questura di Como dopo il 25 aprile.Fu presente quando vennero fatte alcune fotocopie del carteggio (le carte erano quelle sequestrate a Dongo dalle borse del Duce). Egli afferma di averne letto anche i contenuti, parlando di una sessantina di lettere, datate tra il 1936 ed il 1940.
- Aristide Tabasso, capo della polizia partigiana di Verona. La sua storia appare sui giornali e lui pubblicamente si rivolge ad Umberto II° di Savoia perché renda noto a tutti il contenuto del carteggio (pochi mesi dopo morirà in circostanze poco chiare). Successivamente abbiamo la testimonianza del figlio Franco che fu presente la sera in cui il padre aprì la valigia contenente quei scottanti documenti, e dove un giornalista tentò vanamente di convincerlo a lasciargli fotografare alcune carte, sotto compenso.
- Massimo Caprara, segretario per vent’anni di Palmiro Togliatti. Ha dichiarato in molte interviste ed anche nei libri che ha scritto, che le carte sequestrate a Dongo, o copie di esse, furono prese da Emilio Sereni, funzionario del Pci e consegnate a Togliatti. Successivamente il leader comunista riuscì a “ricattare” Churchill, fino a quando decise di consegnargli le copie in suo possesso,in cambio di denaro (2.500.000 di lire dell’epoca).
-Urbano Lazzaro “Bill”. Secondo la sua testimonianza, diede in consegna al partigiano Renzo Bianchi la borsa che sequestrò a Dongo a Marcello Petacci (fratello di Claretta). Successivamente il Bianchi gli avrebbe raccontato di aver visto, rovistando nella borsa, una cartellina rosa con scritto:
“Corrispondenza Churchill-Mussolini”. Non si può inoltre dimenticare che nelle sue memorie “Bill” ricordava sempre la frase chiara ed inequivocabile con cui Mussolini gli si rivolse, non appena il partigiano prese in mano le sue borse:“Fate attenzione! In quelle borse ci sono documenti molto importanti per il futuro dell’Italia!”
A tutte queste, ed altre che si potrebbero aggiungere, vogliamo citarne una che proviene direttamente da Elena Curti, presunta figlia segreta di Mussolini, la quale gli stette accanto nell’ultimo periodo della sua vita, con mansioni all’interno di un ministero della R.S.I. Quella fatidica mattina del 27 aprile anche lei si trovava nella colonna fermata a Dongo e poté testimoniare di aver visto il Duce portare con se le due famose borse di cuoio, più una busta di pelle. Ad un certo punto Mussolini, rivolgendosi a lei, affermò che con se aveva documenti di estrema importanza e sorprendenti.... Le sue parole precise furono: 
“.......Qui c’è la verità di come sono andate le cose e chi sono i veri responsabili della guerra. Il mondo deve saperlo e si sorprenderà!” (tratta dal libro “Il chiodo a tre punte” di Elena Curti, ediz. Iuculano).

Forse non sapremo mai quali segreti si celano dietro quei documenti, ma sappiamo per certo che il carteggio Mussolini-Churchill è realmente esistito. Probabilmente negli archivi segreti di Londra, o in qualche archivio del vecchio Pci, o forse in quelli di Mosca, o di qualche collezionista, sicuramente si possono trovare le copie o addirittura gli originali. Quello che di certo possiamo dire, è che volenti o nolenti quelle carte devono in qualche modo aver contribuito alla decisione di assassinare Benito Mussolini e Claretta Petacci. 
Anche per questo e soprattutto per questo è nostro dovere indagare, insistendo nonostante i boicottaggi che continuano ad arrivare sull’argomento.

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini